appunti

Il viaggio inizia con un racconto di qualche anno fa, che racchiudeva un’idea probabilmente abbastanza buona per diventare un buon thriller fantascientifico, una storia ricca di colpi scena, di personaggi strani, di un ritmo a tratti frenetico, di un finale del tutto imprevedibile. Di quelli, insomma, che il lettore divora

domenica 4 maggio 2008

Le storie dei nonni
Quand'ero caporedattore della Writers Magazine Italia ho scritto una serie di articoli sul "prima di scrivere", ponendo l'accento sulla necessità di costruire una scaletta e tenerla sempre aggiornata. Di considerarla l'anima che nasce prima dell'inizio della stesura di un romanzo e muore il giorno prima di consegnare la bozza definitiva all'editore. E' un talismano importantissimo, dicevo, da tenere sempre con sé. Una guida, una bussola per orientarsi nel nuovo mondo che si sta formando.
La penso ancora così.
Ciò su cui non mi sono potuto dilungare (cosa che ha finito per generare scontri con gli "illuminati" che si mettono di fronte alla pagina bianca e iniziano a scrivere convinti che la storia saprà condurli fino alla fine da sola) sono i modi infiniti con cui una scaletta può essere organizzata. Sembrava volessi far passare il concetto che scrivere un romanzo fosse un lavoro da ingegneri, che si dovesse pianificare in anticipo fino all'ultima virgola e che scrivere fosse soltanto un lavoro necessario ma privo di ingegno. Qualcosa che, a fronte di una scaletta fatta bene, potesse essere quasi appaltato a uno scribacchino per conto terzi.
Ovviamente non è così e mi dispiace che qualcuno possa averlo pensato.
In questi mesi di blog in cui sembra che non abbia fatto gran che, se non scrivere tre paginette di prologo (tra l'altro sistemando un lavoro già fatto in passato) in realtà ho lavorato moltissimo.
Sto sperimentando un metodo affascinante di cui mi ha parlato per la prima volta Gianpaolo Simi (se non lo conoscete, vi consiglio di leggere almeno "Il buio sotto la candela"). Lui mi diceva di avere un rapporto strano con le scalette, e che il modo di gestirle variava in funzione del tipo di storia da raccontare. In alcuni casi trovava necessario fare schemi rigidi per incastrare bene certe sottotrame, in altri poteva permettersi molta più elasticità, l'importante era aver chiaro dove si voleva andare a finire.
L'imperativo è: prendersi il tempo necessario, se non altro per eliminare tutti i vicoli ciechi dentro cui rischi di finire senza un obiettivo ben definito.
Fare una scaletta significa anche buttare via l'eccesso delle possibilità che una storia potenzialmente offre, un po' come faceva Michelangelo con il suo blocco di marmo.
Fare una scaletta significa anche un'altra cosa, importantissima: imparare la storia, entrarci in confidenza, farla girare in testa fino a quando si confonde con i ricordi. Infilarla nella memoria come un'esperienza veramente vissuta. Ricordi anche frammentati, privi di certi dettagli, ma in cui ci sono un inizio e una fine ben delineati e certi. Poi raccontarla diventa qualcosa di diverso da scrivere un libro, diventa una specie d'incanto, come quando da piccoli certe storie ce le raccontavano i nonni. Parlavano di cosa gli era successo da giovani, e infarcivano i racconti di particolari (che cambiavano ogni volta), di meraviglia. Attingevano ai ricordi e poi intrattenevano per ore.
Ecco, tanto per chiarire una volta per tutte che nel fare una scaletta, qualsiasi cosa sia alla fine, non c'è niente di così poco poetico.

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1 Commenti:

Anonymous Anonimo ha detto...

Di certo facilita il lavoro.

19 gennaio 2010 alle ore 17:50  

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