appunti

Il viaggio inizia con un racconto di qualche anno fa, che racchiudeva un’idea probabilmente abbastanza buona per diventare un buon thriller fantascientifico, una storia ricca di colpi scena, di personaggi strani, di un ritmo a tratti frenetico, di un finale del tutto imprevedibile. Di quelli, insomma, che il lettore divora

domenica 8 marzo 2009

Riempire il tacchino
Sto leggendo "Uomini che odiano le donne", di Stieg Larsson. Sono arrivato a pagina 150, ben oltre il numero di pagine che ho scritto per il mio romanzo. Il fatto è che nel mio succede molto di più, ma molto. E non è un problema di Larsson, questo capita praticamente in ogni libro che leggo. Anche perché "Uomini che odiano le donne" è piuttosto bello, senza bisogno che succeda continuamente qualcosa di interessante. E' una questione che mi devo porre, senza nascondermi dietro la troppo comoda bugia che "loro", i mestieranti, allungano solo il brodo e siccome sono bravi e sanno come farlo il lettore non ne soffre più di tanto. A volte, forse nella maggior parte dei casi (toh!), è davvero così, ma non quando leggo scrittori davvero interessanti, come sembra essere questo Larsson. Insomma, io non sarei mai capace di scrivere un libro di sei o settecento pagine, ne sono praticamente sicuro. Quindi c'è qualcosa nel mio stile (il mio stile! mah!) di radicalmente diverso dalla quasi totalità degli scrittori.

Perché questa cosa mi preoccupa? Perché, per esempio, una mia amica (nonché affidabilissima critica personale) mi dice: "Quando si leggono cose tue non sono ammessi cali di attenzione, perchè non ti ripeti mai. Chi legge devi starti dietro. Io però non so proprio dirti se questo sia un difetto da correggere o una caratteristica positiva del tuo stile. Io personalmente come lettrice sento il bisogno di essere appena appena un po' più 'accompagnata', ma non ho dubbi sul fatto che sia una preferenza soggettiva. Io sono una lettrice distratta, l'ho sempre ammesso, e un po' di ridondanza mi serve."
Ora, lei è molto carina ad accollarsi una buona parte della colpa; ho un altro amico, altrettanto affidabile, che mi avrebbe detto una cosa tipo "quando scrivi te mi basta fare uno starnuto e non ci capisco più un cazzo."
Insomma, la maggior parte delle persone leggono anche per rilassarsi un attimo, per godersi una storia in tranquillità, lasciarsi trasportare nelle vicende dei personaggi di fantasia. Non hanno voglia di tenere gli occhi stretti e di chiudere il libro con il mal di testa.

Tutta questa pappardella per dire che non sono capace di dedicare il giusto spazio alle descrizioni. Probabilmente non contestualizzo bene, quando parlano due personaggi si sa poco del loro aspetto fisico, quasi niente del luogo in cui avviene il dialogo. Tutte informazioni che sono "assolutamente" inutili ma "relativamente" importanti per dare la sensazione di autenticità. Se questi due che parlano sono seduti a un tavolino di un bar, il lettore dovrebbe sentire di trovarsi nel tavolino accanto, non so se mi spiego. Questo nelle cose che scrivo io non credo che avvenga, ma malgrado mi sforzi di studiare la scrittura di altri e ben più blasonati scrittori, non riesco mai a far mie certe buone abitudini. Quindi dedicherò una buona parte del lavoro di revisione a capire come riempire il tacchino, o gonfiare il rospo o quello che volete voi, purché non si tratti di allungare il brodo. Con il capitolo 14 si è idealmente chiusa la prima parte del romanzo (di tre previste), potrebbe essere una buona occasione per rilavorare su queste pagine, viste anche le considerazioni fatte nel post precedente.

Ecco, forse ho scritto il post più lungo del blog. Significa che sto imparando allora! ;-)

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martedì 3 marzo 2009

Urka!
E' sempre più difficile. Soprattutto perché sento che sta venendo fuori un buon lavoro. Ho praticamente concluso il quattordicesimo capitolo, mi ero promesso di arrivare a quindici entro la fine di febbraio, ma sono ugualmente soddisfatto (soprattutto considerando un po' di smottamenti personali degli ultimi periodi, tipo cercare una casa nuova).
Per la prima volta, però, mi è piombata nel cervello la frasettina fatidica che ogni scrittore teme come la morte, quella che ti si insinua in testa e gufa terrbilmente: "e ora cosa scrivo? come va avanti la storia?"
E' stato un brivido temporaneo, la situazione è sotto controllo. Ma devo tornare sul progetto e fare una verifica. In questo momento ho superato pagina 100, delle oltre 300 che mi ero immaginato all'inizio del lavoro. Mi sembra un'enormità, con la conseguenza che al termine mancano due enormità molto difficili da riempire.

Nell'ultimo capitolo è successo qualcosa di inaspettato, che non avevo pianificato. Mentre scrivevo mi sono reso conto che avrebbe dovuto succedere quello che poi ho scritto, una cosa che non era assolutamente in scaletta, di cui non conosco le conseguenze (che saranno comunque molto pesanti). Nonostante tutto sono convinto che questa cosa dovesse accadere. Si tratta di qualcosa che il lettore non si aspetta, che succede troppo presto e che disorienta. Mi piace, ma ora dovrò tornare sulla scaletta e sparecchiare un po' la tavola, ricostruire il "da qui in avanti" cercando di riportare la storia nella direzione giusta prima del finale (che vorrei fosse quello dell'idea iniziale).
Sono le disavventure che rendono bello il lavoro

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